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mercoledì 30 dicembre 2015

Tempo di bilanci

Tempo di bilanci, di parole da scrivere di getto, senza frapporre filtri fra cuore e dita che scivolano sulla tastiera come slitte sulla neve.

Il 2015 è stato uno degli anni più belli della mia vita.
Facile? No, affatto. 
Anzi, arduo, imprevedibile, spesso in salita. Come un gioco dove non si bara e non ci sono assi nascosti nelle maniche, ma tutte le carte sul tavolo e braccia nude.
Eppure, proprio per questo, intenso, memorabile, ricco di soddisfazioni e di conquiste piccole, una dopo l'altra, ognuna immensamente preziosa. 
Passo dopo passo, tassello dopo tassello, partita dopo partita, mese dopo mese, attimo dopo attimo... sono cresciuta (o invecchiata, dipende dalla prospettiva!).

Grazie 2015, perchè un anno di vita è un dono immenso ed io ho avuto l'occasione di goderlo con passione in una danza di mani tese, le mie e quelle altrui.
Ed è con queste mani, grazie ad esse, che  mi accingo a dare il benvenuto al futuro.

Emma Fenu


venerdì 13 marzo 2015

Il fascino di un'eterna Primavera.




"Primavera dintorno

brilla nell'aria, e per li campi esulta,

sì ch'a mirarla intenerisce il core".

Giacomo Leopardi

Ci trovammo una di fronte all'altra. Fu il nostro primo di tanti incontri.
Io avevo dodici anni e la primavera della vita mi scorreva impetuosa nelle vene, regalandomi tre centimetri di altezza in più, nel corso di un'estate.
Lei vive nel suo tempo baciato dall'eternità e in uno spazio che pare circoscritto fra assi di legno intarsiato, ma è, invece, infinito, con l'orizzonte che abbraccia ogni astante. 
Potevo percepire l'aroma intenso delle arance e dei fiori umidi di rugiada. Una ragazzina che ha appena concluso la seconda media ignora i cardini della filosofia neoplatonica e non può elencare che poche note storiche sulla famiglia De Medici. 
Eppure, il messaggio che invita ad una perenne rinascita mi investì, come tutti gli altri accanto a me, disposti davanti al celeberrimo quadro dipinto da Sandro Botticelli, con i piedi sul pavimento degli Uffizi e il cuore rapito, che si librava a mezz'aria. 
Travolti da una danza di figure, tratte dai versi del Mito, non potevamo non cogliere l'invito ad abbracciare un amore puro ed assoluto, che trascende il contingente scorrere del tempo e delle stagioni, e conduce, seguendo una dolce melodia, in una dimensione incantata, dove la primavera non ha mai fine.

"Potranno recidere tutti i fiori, ma non potranno fermare la primavera".

Pablo Neruda

Emma Fenu

lunedì 9 marzo 2015

Rinascere sotto la luce della Luna.




La nascita non è mai sicura come la morte. E questa la ragione per cui nascere non basta. È per rinascere che siamo nati”.
Pablo Neruda

Una luce nel cielo color ebano.
Una falce che fende l'oscurità fino a ritagliarsi uno spazio per mostrarsi nella sua completezza e rotondità. Ma il buio riprende a mordere e divorare, silente, fino a stendere il suo velo arcano su ogni parte lucente, vittorioso messaggero di morte. 
Ma è una fine provvisoria, un periodico spegnersi, per poi rinascere. Ancora e ancora, senza cenno di resa.
La Luna è Donna: nel lutto, segnato dai rivoli di sangue, si rigenera, per essere non solo esplosione di vita, ma ventre fecondo. 
Entrambe, infatti, hanno un ciclo di pari durata, ossia di 28 giorni. La stessa etimologia della parola mestruazione rende ancora più palese tale ancestrale legame, le cui origini si perdono nella notte dei tempi: essa deriva dal latino "mensis", il quale, a sua volta, è in rapporto di discendenza con il termine greco "Mene", ossia l’altro appellativo di Selene.
Nella mitologia greco-romana l’astro notturno è stato associato a tre distinte divinità, che ne personificano la triplice manifestazione: Luna piena, Luna crescente e Luna nuova. 
Per prima si staglia sul nero della notte la meravigliosa Selene, il cui nome proviene da "sélas", ossia splendore. Essa è l'immagine della Grande Madre che partorisce, nutre stillando latte dai suoi seni turgidi, protegge ed accoglie nelle sue calde viscere.

"Le stelle intorno alla bella luna
celano il volto luminoso
quando, al suo colmo, più risplende
sopra la terra".
Saffo

Alla sferica pienezza segue Artemide, la falce di Luna, che è simbolo di rinascita e di resurrezione. Secondo il racconto del mito, la dea è una fanciulla dall'animo selvaggio, regina dei boschi e dedita alla caccia, fiera della propria verginità, ma, paradossalmente, anche protettrice delle partorienti.

"Falce di luna. Lo si dice della luna nelle prime fasi della sua periodica crescita, quando è troppo luminosa per i ladri e troppo buia per gli amanti".
Ambrose Bierce

E, infine, giunge Ecate, la Luna nera che, poiché in congiunzione con il Sole, risulta eclissata: è la figura più ambigua, poichè sembra preludere alla morte, proprio mentre, invece, accumula forza per l'imminente rinascita. 
La Luna nera è la Donna del mistero, che sfugge a categorizzazioni, che esercita arcani poteri in virtù dei quali è odiata, temuta o onorata. E' il simbolo delle streghe, delle sirene, delle creature muliebri ribelli ai dettami imposti dalle norme sociali, di matrice maschile.

La luna cala per ridar forza agli elementi. E’ questo dunque il grande mistero".
Sant'Ambrogio

Ma non solo, la Luna nera è in ognuno di noi, che si dibatte nel buio della coscienza, cercando luce nei meandri oscuri e senza ragione che ci appartengono. Non temeteli, in essi, come in un terreno nero gelato dall'inverno, si gettano i semi dei nuovi fiori, che sbocceranno agli esordi della primavera. Oggi, come miliardi di anni fa.

"La primavera è sempre, a tutti, una rinascita".
Theodore Francis Powys

Emma Fenu



mercoledì 11 febbraio 2015

La persona è una maschera.


La Persona è una Maschera.

"Mi metterò una maschera
da imperatore,
avrò un impero
per un paio d'ore:
per voler mio dovranno
levarsi la maschera
quelli che la portano
ogni giorno dell'anno...
E sarà il carnevale
più divertente
veder la faccia vera
di certa gente".
Gianni Rodari

"Chi sono io?".
"Una persona".
E l’articolo potrebbe concludersi qui, adesso, se non venisse in soccorso l’etimologia.
Gli antichi latini, infatti, denominarono “persona”, appunto, la maschera di legno o terracotta portata dagli attori, intesa non tanto quale occultamento delle reali fattezze, quanto come un mezzo per favorire l’immediata identificazione dei personaggi sulla scena e come una cassa di risonanza che permetteva alla voce di essere udita anche a lunga distanza.
Gustav Jung, celebre psichiatra svizzero dello scorso secolo, ben consapevole della storia del termine ora in analisi, definì “persona” il ruolo che ogni essere umano svolge, nel mondo esterno, per rispondere a precise aspettative sociali.
Ma cosa accade quando un individuo diventa troppo “persona”, ossia si identifica eccessivamente con la maschera che indossa? 
Qui interviene, oltre alla psicanalisi, ancora una volta, il teatro per renderci chiaro e fruibile il messaggio: secondo Pirandello la società moderna porta ad un’alienazione dell’individuo, che si sente defraudato della propria identità in quanto costretto a ricoprire un ruolo stereotipato.
Per il novecentesco autore italiano, che abbiamo conosciuto fin dai banchi di scuola, paradossalmente, è la scena ad essere il luogo della verità, in quanto la maschera teatrale fa cadere quella sociale.

Seguitemi in un salto nel tempo.
Corre l’anno 1921
Avete indosso il vostro miglior vestito e vi accingete a varcare la soglia del teatro. 
Le quinte sono svelate… dove è la scena? Smarrimento. Indignazione.
Ed ecco comparire sei personaggi senza nome, identificati da un mero ruolo, che invocano il capocomico per avere una parte, che spetterà, invece, ad attori professionisti.
Nessuno degli astanti è pronto, tutti sono straniati.

Ma oggi, tempo di nickname e di identità virtuali, siamo consapevoli più che mai di vivere nell’apparenza e che la maschera non è solo attributo degli attori o orpello delle feste carnevalesche. 
E’, dunque, un filtro che ci imbriglia in ciò che non siamo o ci permette, a nostra scelta, di essere e dire senza timore di giudizio?
Oscar Wilde sentenziò: “Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e vi dirà la verità”.
Voi cosa ne pensate? 
Scopritelo guardandovi allo specchio, la sera, prima che il sonno vi accolga. Nell’oscurità chiedetevi: "Chi sono io?".

Emma Fenu
tratto da 

lunedì 12 gennaio 2015

Una contemporanea Regina delle Nevi



Come resistere al fascino magnetico dei colori delle terre dell’estremo Nord, al bagliore argenteo dei ghiaccio, al candore assoluto delle distese innevate, al celeste freddo di cieli attraversati da luci di cristallina purezza? Impossibile, soprattutto in pieno inverno!
Prepariamoci, allora, ad accogliere, anche all’interno del nostro armadio e nei cassetti della nostra consolle deputata al trucco, gli spunti necessari per acquisire un’eleganza glaciale ed eterea, capace di trasformarci in una Regina delle Nevi, se pure in versione casual e confortevole.
Da cosa iniziare? Da un must, ossia un maglione in lana a trecce, realizzato in un morbido tono di bianco latte. Marilyn docet: non è un capo mortificante, ma, se portato con sensualità, rende estremamente femminili.
Tuttavia vi invito ad osare molto di più e a indossare un outfit total white, sfidando lo stereotipo secondo il quale i colori chiari sono destinati alle stagioni calde e che, per illusione ottica, regalano indesiderati centimetri attorno alla vita o ai fianchi. 
Quello che conta e fa la differenza è il taglio e il modello del vestiario, che deve valorizzare le nostre forme, esaltandone i pregi e occultando eventuali imperfezioni.
E, dunque, bianco sia! 
Se il vostro incarnato è olivastro, prediligente nuances calde, accostando anche dettagli beige; se, invece, avete una pelle diafana, concedetevi toni freddissimi, viranti all’argenteo.
Per affrontare le temperature rigide è necessario un capo spalla di qualità e un paio di stivali che assicurino un comfort immediato: i brand che vi segnalo in merito, rispettivamente Herno e Ugg, sono molto noti e sanno coniugare tendenze modaiole con le esigenze che conseguono alle intemperie stagionali.
La borsa non può non richiamare il motivo dominante, magari aggiungendo un tocco sfizioso e divertente, per esempio tramite due pom pons in ecopelliccia.
E, infine, veniamo al momento del make up, nel quale, come un pittore provetto, potremo intingere pennelli su una tavolozza e creare inedite sfumature che sottolineino i nostri lineamenti e esaltino lo sguardo, la curva del sorriso e le movenze delle mani. 
Le proposte di Pupa per il 2015 fanno davvero al caso nostro, in quanto ispirate addirittura alla magia estasiante dell’aurora boreale, in cui il bianco del paesaggio innevato si tinge di rosa, lilla, viola e turchese, riflettendo lo spettacolo del cielo.
Il look che vi suggerisco in questa occasione non può definirsi low cost, tuttavia esistono sul mercato moltissime varianti, ispirate ai capi originali, che vi consentiranno un indiscutibile risparmio.
Buon inverno, ragazze. Siate le Regine della vostra favola.

Emma Fenu

Le infinite domande di Jostein Gaarder. Quando la Filosofia è una Favola.


“Il tempo ci rende adulti. E il tempo fa sì che antichi templi crollino e che isole ancora più antiche sprofondino nel mare. […] Ma qualcosa, dentro di me, sa che c'è ancora un Jolly in giro per il mondo. Sarà lui a far sì che il mondo non si addormenti. In qualsiasi momento, in qualsiasi luogo, potrebbe spuntare un minuscolo giullare coperto di campanelli”.
L’enigma del Solitario 

Se, oggi, voglio assaporare l’atmosfera del nord, mi basta dischiudere le mie finestre che, in queste mattine di inverno, si rigano di arabeschi di gelo, e ammirare i tetti innevati di Copenhagen, sormontanti dall’ombra scura di tronchi neri e maestosi, che si stagliano su un cielo di luce bianca. Dopo pochi minuti, però, il buon senso mi porta a richiudere le ante, per il troppo freddo e per il vento polare che fa volare i miei carteggi come fiocchi di neve in balia di una bufera.
Tuttavia, lo spettacolo non finisce: attraverso i vetri, ormai disappannati, rivolgendo lo sguardo verso il basso, scorgo orme umane e strisce di ruote di bici che, istante dopo istante, creano un reticolato fitto di direzioni di viaggio. Ognuno per la sua strada, con i suoi pensieri, con le sue domande.
Ma se pensate alla Scandinavia soltanto come la terra del gelo, delle coltri immacolate, delle slitte tintinnanti di un popolo di Babbi Natale e dei boccali di birra che si scontrano in brindisi dal suono gutturale…vi sbagliate.
Questo, infatti, è anche il luogo magico delle fiabe, dove gli eredi di Andersen non hanno mai perso l’innocenza del sogno e la caparbietà di cimentarsi con interrogativi ancestrali.

Sono già partita per il Nord, mille volte, prima di mettervi fisicamente piede, due anni orsono. Ho viaggiato in compagnia di Jostein Gaarder, scrittore norvegese, precisamente di Oslo, a cui si devono svariate opere, la più celebre delle quali è “Il mondo di Sofia”.
Mi è stato necessario solo stringere un suo libro fra le mani e tenere l’orecchio teso, nel silenzio del crepuscolo, per captare l’eco delle infinite domande.
Se volete immergervi in questa storia, seguite il mio esempio, ovunque voi siate.
Ascoltate.
Chi siamo?
Da dove veniamo?
Dove andiamo?”.
Alcuni di voi avranno già sprigionato innumerevoli riflessioni, saettanti come zoccoli di renne sul bosco del pensiero; altri avranno deglutito, perplessi, come chi si arrischia ad affrontare a remi il mar Baltico; altri vorranno un sorso di gløgg, per iniziare a ragionare.
Eppure avete già compiuto il grande passo. Avete scoperto il piacere della Filosofia, figlia prediletta dello stupore, che si nutre di domande e non si sazia di risposte.

Una risposta non merita mai un inchino: per quanto intelligente e giusta ci possa sembrare, non dobbiamo mai inchinarci a una risposta. Chi si inchina si piega. [...] Non devi mai piegarti davanti a una risposta. [...] Una risposta è il tratto di strada che ti sei lasciato alle spalle. Solo una domanda può puntare oltre”.
C’è nessuno?

Forse, e lo ignorate ancora, siete i protagonisti di un libro e “qualcuno” scrive le vostre storie o forse “qualcuno” cerca di mettersi in comunicazione con voi, da fuori o da dentro il vostro universo. 
Lo scoprirete. 
Sappiate, finora, che, se formulate bene la domanda: “C’è nessuno?”, potreste scorgere un bambino appeso ad un albero di mele, a testa in giù, con cui dialogare sul senso della vita.

Siamo l'enigma che nessuno decifra. Siamo la favola racchiusa nella propria immagine. Siamo ciò che continua ad andare avanti senza arrivare mai a capire”.
Maya

Emma Fenu

martedì 9 dicembre 2014

Un outfit per le Feste.



Tutti abbiamo presente la somma regola: “lessi is more”, enunciata dal celebre designer tedesco Ludwig Mies van der Rohe. 
Il grande maestro del Movimento Moderno, impegnato, negli anni venti e trenta dello scorso secolo, a coniugare il concetto di bellezza con quello di funzionalità, non doveva, tuttavia, essere un assiduo frequentatore di feste dicembrine.
E’ innegabile che, se desideriamo essere impeccabili ed eleganti, il tubino nero indossato dalla mitica Audrey è un classico intramontabile, un sacro dogma del buon gusto.
Ma, concediamoci il divertente lusso di essere molto “more”, almeno per una sera all’anno, e liberiamo la nostra parte più stravagante, assecondando un'irrefrenabile voglia di rosso, di paillettes e di lustrini.
Vi propongo una soluzione esplosiva, ma dal costo contenuto, affinché abbia il sapore di un cioccolatino sfizioso, non l’effetto debilitante di un salasso!

Iniziamo con un vestito in stile vintage, con scollo a cuore, gonna a ruota e vezzoso fiocco in vita, in una tonalità di rosso scura ed intensa, che dona a tutte un’aria sofisticata, senza rubare la scena allo scarlatto che contraddistingue la sagoma di Babbo Natale.
Urgono, ora, le scarpe: croce e delizia di ogni donna, soprattutto se dotate di tacco vertiginoso.Vi suggerisco una peep-toe con motivo a intreccio, in satin color nero
Per completare l’outfit, vi invito a frugare con perizia nell’armadio e nei cassetti. Vi basterà rispolverare una mini borsetta a mano, meglio ancora se non dello stesso colore delle scarpe, ma in armonia con la nuance del vestito; e una parure scintillante, illuminata da cristalli Swarovski, o presunti tali. 
In caso ne siate sprovviste, le catene di accessori low cost vi attendono!
Finalmente, è giunto il momento di osare con il make-up: smalto e rossetto color porpora non potranno essere assenti giustificati. Consigliare il punto di colore per laccare le labbra, è arduo compito; a discapito di quanto si pensi, infatti, il rossetto rosso sta bene a tutte, basta trovare la sfumatura perfetta che si armonizzi con l’incarnato, lo smalto dei denti e la forma della bocca.
In questo periodo prediligo "Color Elixir" di Maybelline, una lacca per labbra che regala un effetto morbido e setoso.
E, infine, per le più eccentriche, un fascinator, provvisto di veletta, è la mossa vincente per essere indimenticabili, al contempo vintage lady e ironica vamp. 
Io non vi rinuncerò di certo! Buon divertimento.

Emma Fenu







mercoledì 22 ottobre 2014

Sferruzzare in compagnia sotto i tetti di Copenhagen.


"Un’amicizia tra donne è come un continuo rammendo; è un maglione, anzi tanti maglioni; è il sospiro di sollievo con cui, il primo giorno d’autunno, apriamo l’armadio e loro sono lì, che ci aspettano. 
Sono maglioni di shetland, che pizzicano un po', come amiche dal carattere pungente, non risparmiano critiche taglienti; sono i pull modaioli, che amano stare in vetrina, sotto gli occhi di tutti, amiche energizzanti… 
E poi c’è il cardigan comprato per caso un giorno di pioggia in campagna o in una città straniera. faceva così freddo e non avevamo niente di caldo in valigia. E invece quel maglione comprato per caso diventa il nostro preferito, non sappiamo più farne a meno. E’ il maglione che ci mettiamo quando siamo tristi, quello in cui stiamo più comode. E’ l’amica che chiamiamo quando la vita ci fa sentire al freddo. Quella che sa come consolarci, sempre".
Lisa Corva

Mi sono trasferita a Copenhagen lo scorso Luglio, nel tripudio della meravigliosa estate danese, che non è una morsa afosa, ma l’abbraccio caldo e gioioso di un sole capace di far sfavillare i colori sgargianti dei parchi lussureggianti; delle case variopinte del porto di Nyhavn, proiettate sulle acque dei canali, solcati da imbarcazioni gremite di turisti; dell’infinito susseguirsi di edifici ricoperti di mattoncini e adornati di modanature candide; della “pelle” bronzea, dalle sfumature che rammentano gli abissi marini, che riveste la statua della Sirenetta.
L’autunno arrivò in fretta, e con esso, nell’atmosfera magica, tipicamente nord europea, del Natale incipiente, la voglia di leggere un libro, con, stretta fra le mani, una tisana bollente, e liberi nella mente mille pensieri; la voglia di poggiare i piedi scalzi sopra un tappeto di pelliccia ecologica, mentre, dalla propria finestra, si osserva lo scrosciare della pioggia.
Era giunto il momento ideale per rispolverare i miei amati ferri ed iniziare a dar vita, tramite l’intreccio fatato di fili di lana e seta, a cappelli, sciarpescaldacollo, poncho, guanticopertine, e scaldatazza.
Io sono una donna a cui piace pensare, scrivere, leggere, conoscere, perdersi in fantasie, credere ed elaborare teorie e ideali, emozionarsi, vivere intensamente e introspettivamente.
Sono una donna di cuore e di testa, quindi, ma non sarei completa senza le mie mani, senza il potere creativo che mi donano, dando forma alle immagini che popolano i miei sogni.
E, dopo l’autunno, fu la volta dell’inverno, cadenzato da giornate molto brevi; raggi di sole frequenti quanto avvistamenti UFO; bufere; susseguirsi di fiocchi di neve piccoli, gelati e pungenti, che attraversano il cielo in orizzontale, in balia del vento polare, il quale soffia con veemenza e rievoca alla mente orsi bianchi e distese immacolate di ghiaccio.
Gelido ma ammaliante, l'inverno di Copenhagen. A volte lo si detesta, ma se ne subisce il fascino.
Sferruzzare, allora, non è più stato per me solo un momento intimo, ma è divenuto, una forma di collante sociale, un’occasione d’incontro, in una città cosmopolita, fra donne e ragazze, tutte appassionate di handmade, non solo danesi, ma provenienti da vari paesi: dall’Italia, alla Spagna, alla Russia, al Marocco, al Giappone, al Brasile. Insieme ai fili di lana, si sono intrecciate storie personali, lingue e costumi, esperienze e sogni.
All’interno delle nostre mura domestiche, ma anche di caffetterie o di centri culturali, ci incontriamo, scambiandoci consigli, ciascuna con il proprio metodo, con il proprio retaggio culturale, con la propria voglia di comunicare e condividere non solo schemi e punti, ma anche un ricordo, un progetto o una crostata di marmellata preparata con le proprie mani.
Spesso ci si dedica al proseguimento di un proprio lavoro e, allora, immagini di incarnati ambrati e poncho in alpaca si fondono, in meravigliose osmosi, a quelle di occhi azzurri e maglioni abbelliti da motivi in cui si reiterano renne stilizzate.
A volte, invece, si sferruzza per un progetto comune, come una coperta formata da tantissimi quadrati colorati cuciti fra loro, e ognuno di essi racconta una storia.
Ci sono quadrati con qualche imperfezione, realizzati dalle neofite, ancora alle prese con i primi rudimenti; ci sono quelli con il punto jacquard in toni vivaci, che ci riportano alla mente le distese verdi e il cielo azzurro del Perù; ci sono quelli monocromi, bianchi come le distese di neve e dai punti in rilievo, che evocano i cristalli di ghiaccio; ci sono quelli rosa tenue, confezionati da chi culla nel proprio ventre una bimba; ci sono quelli che ricordano le molteplici e armoniose sfumature delle matrioske.
Ma non immaginateci in esiguo numero, riunite come in una sorta di sabba di streghe della lana o di carboneria delle adepte ai ferri e all’uncinetto!
A Copenhagen la creatività e il lavoro handmade sono, infatti, notevolmente apprezzati a livello sociale: pensate che si insegna a sferruzzare, persino ai maschi, durante gli anni della scuola primaria. Ma, soprattutto visitando i celebri mercatini, che animano la città nelle piazze, in prossimità dei centri commerciali e nel fantastico parco di Tivoli, i chioschetti di Cristania, il ben noto quartiere hippy, e i negozi destinati all’hobbistica, si possono ammirare veri capolavori di fantasia e passione, che fanno parte del guardaroba di ogni danese che si rispetti.
Lo so, in Italia ci si crogiola, da tempo, nel calore estivo, ma qui l'autunno ci invoglia a circondarci di colorati gomitoli.

Arricchiamoci delle nostre reciproche differenze”.
Paul Valéry 

Emma Fenu
pubblicato su Casa e Trend

Ed ora, un assaggio della collezione 2014!



















domenica 21 settembre 2014

Relazioni interpersonali su Facebook.


Non è certo un mistero, io frequento assiduamente facebook.

Ingenuamente, ritenevo che tutti avessero chiare le dinamiche della comunicazione su un social network.  Tuttavia, un post di alcuni giorni fa, condiviso in bacheca, da un mio contatto (che è anche un'amica reale), mi ha portato a riflettere.

Forse è il caso di fornire il mio contributo alla causa e dire la mia, sulle modalità di relazione interpersonale su facebook. Ovviamente mi riferisco al mio caso specifico, non ho condotto una statistica fra tutti gli utenti.

1. La bacheca di facebook è uno spazio personale in cui condividere idee e ideali, opinioni, riflessioni in merito ad eventi che hanno suscitato la propria attenzione e sui quali si nutre interesse per un confronto intellettuale, civile e costruttivo.

2. Oltre a ciò, facebook non è una sessione dell'ONU, vi si affrontano tematiche più leggere, ironiche, anche decisamente "infantili". Ridere è indice di intelligenza. Ridere di inezie, fra amici complici, denota un atteggiamento verso la vita non superficiale, ma, paradossalmente, molto profondo. 
La consapevolezza, matura, del valore delle piccole cose, di uno scambio di battute fra amici di vecchia data, rende UMANI, ed è ciò di cui si dovrebbe essere più orgogliosi.

3. Arriviamo all'aspetto più dibattuto: le bachece di facebook ospitano, spesso, una carrellata di foto il cui novero fa impallidire la collezione di opere del Louvre. Tutto è oggetto di condivisione, dal piatto di risotto fumante, che attende di essere gustato, ai propri piedi sulla spiaggia, fino all'ultima serata in compagnia. 

C'è chi non ama rendere noti i dettagli della propria vita privata. Scelta, del tutto personale, estremamente condivisibile.

C'è chi non ama essere tartassato da foto di altrui gatti in tutte le pose possibili. Anch'essa scelta rispettabile. Basta usare gli appositi filtri
Nel mio caso specifico, non li uso, perchè i books fotografici di gatti, cani, piedi e visi sorridenti, mi piacciono.

C'è chi ama non pubblicare nulla, ma rendersi edotto, nell'ombra, di ogni evento della vita altrui. Non è una scelta che è in linea con il mio carattere, tuttavia non la considero affatto deprecabile, perchè, se pubblico le mie foto, sono pienamente consapevole che esse sono fruibili da tutti i miei amici. In caso volessi che restassero riservate, opterei per una lista personalizzata, o le osserverei, sul divano di casa, con mio marito.

4. E ora, la fatidica domanda: la bacheca di facebook è uno specchio fedele o deformato, ad arte, della vita reale? Si crea un identità fasulla in cui sembra che si viva in uno stato di perenne grazia?

In taluni casì, sì. E bisogna, da bravi adulti, rassegnarsi al fatto. Del resto, se vado dalla parrucchiera e la signora seduta accanto a me mi decanta le doti dei propri figlioli, non le chiederò certo di confessarmi, in tutta sincerità, se, almeno una volta, abbia pensato di avere generato un rampollo che non rasenti la divina perfezione.

Personalmente, nella mia bacheca scrivo un po' di tutto, dall'esplosione di gioia allo sfogo liberatorio. Posso affermare che è uno spaccato piuttosto affine alla mia vita. Onesto, oserei scrivere. 
Tuttavia, nessuno può pretendere di conoscermi, tramite un social network, come un amico o un parente: confido nell'umiltà e nell'intelligenza dei miei contatti. A volte vi confido troppo, va confessato.

5. Ed infine, una serie di domande, a cui rispondo ricorrendo, meramente, a personale esperienza, solo ad essa.

Gli assidui frequentatori di facebook:
sono capaci di avere una rete di affetti ed amicizie estranee al social network?
Sì, senza problemi. Non riportano danni permanenti.

Sono perennemente privi di ogni altro interesse, se non limitato al settore di cui dissertiamo?
No, di solito si interagisce su facebook mentre si svolgono altre attività: c'è chi fa pausa con un caffè, chi con un paio di like.

Dato che sono su facebook, sono tenuti ad assolvere ogni funzione richiesta, in qualità di impiegati al pubblico servizio, quali: rispondere ad ogni poke e messaggio entro 10 secondi, commentare ogni singolo post di tutti i contatti, condividere le foto della festa del decimo compleanno del figlio dell'amico del vicino di casa, creando un album, così che tutti gli invitati abbiano un ricordo entro una manciata di ore?
No, sono liberi di impiegare il proprio tempo come meglio credono.

Infine, udite udite, per molti facebook, è, oltre a quanto finora elencato, uno strumento corollario del proprio lavoro, sia per divulgazione, ma soprattutto per informazione e condivisione.

Alla fine della fiera, facebook, se lo si vive, o lo si ama o lo si odia.
In entrambi i casi, gentili signori, basta un click.

Buona navigazione!

Emma Fenu





mercoledì 10 settembre 2014

Baci infiniti, fatti d'inchiostro, di colore e di marmo.


Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disiato riso
esser baciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi baciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante
”.
Dante, Inferno, Canto V.



Di baci a lungo si scrisse, tutt’oggi si scrive e sempre si scriverà.
Ci sono parole capaci di farci sognare, immaginare, ricordare. 

Sia che si susseguano in pagine vergate con inchiostro corvino, consunte e ingiallite, perché soggette allo scorrere di troppi cicli lunari, sia in quelle candide e tese come la pelle di un bambino, digitate con Word, esse altro non attendono che di svelarsi.

Siamo travolti in un turbine infinito di frecce scagliate dall’imprevedibile Cupido, e, palpitanti, attraversiamo epopee cavalleresche e episodi biblici, fino a giungere ai romanzi e alle poesie che accennano allo sfiorarsi pudico delle labbra o che si soffermano sulla travolgente passione con cui due esseri si stringono in un bacio senza pause di respiro. 
Proprio grazie a tali letture, si è data vita a creazioni impalpabili di desiderio, ma anche a tangibili, e numerosissime, rappresentazioni artistiche.
Come non ricordare le meravigliose opere di Hayez, di Rodin, di Klimt, di Munch, di Magritte, di Chagall o di Brancusi? E mi limito a citarne solo alcune.

Tuttavia, una è la mia preferita, quella che, durante la mia prima visita al Louvre, mi ha rapito in volo l’anima e ha trascinato tutti i miei sensi in un vortice senza fiato. 
Mi ha baciata.
Si tratta del gruppo marmoreo ritraente Amore e Psiche, scolpito da Antonio Canova
I due amanti sono i protagonisti della celebre storia narrata da Apuleio, ne “Le Metamorfosi”, secondo la quale Psiche (che simboleggia, appunto, l’Anima), mortale di impareggiabile bellezza, si congiunge in matrimonio con Amore, il dio alato, pur non potendo mai scorgerne, alla luce, le fattezze. 
Spinta dalle sorelle, brucianti di invidia, ad infrangere il divieto, la fanciulla dovrà sottoporsi ad una serie di dure prove, prima di ricongiungersi al desiato marito, ottenendo, così, l’immortalità.

Nell’opera di Canova, il dio è colto nell’atto di abbracciare la donna, proteso verso la di lei bocca, impercettibilmente già dischiusa. L'armonica composizione a “incrocio”, detta chiasmo, dei corpi candidi e il cerchio creato dalle braccia di lui, catalizza l’attenzione dell'astante verso il centro, in cui l’attimo, scosso da brividi, che precede il contatto delle labbra, diviene, grazie all’Arte, immortale, imperituro e assoluto.

Il rumore di un bacio non è così forte come quello del cannone, ma la sua eco dura molto più a lungo”.
Oliver Wendell Holmes.


EmmaFenu
edito in Nordic Lifestyle Magazine




martedì 9 settembre 2014

Mille primi baci.


Mille primi baci.

Tu dammi mille baci, e quindi cento,
poi dammene altri mille, e quindi cento,
quindi mille continui, e quindi cento.
E quando poi saranno mille e mille,
nasconderemo il loro vero numero,
che non getti il malocchio l’invidioso
per un numero di baci così alto”.

Da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum,
Dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne quis malus invidere possit,
cum tantum sciat esse basiorum”.
Gaio Valerio Catullo

Siamo nati per essere baciati e per baciare.
L’intimo contatto fra le labbra, infatti, deriva dal gesto, animalesco e primitivo, di masticare il cibo per renderlo più morbido per le gengive rosee dei propri cuccioli e si evolve con la Storia dell’umanità e con la microstoria di ciascuno.

Ti nutro.
Ti mangio.
Ho un bisogno vitale di te.
Sono tua.
Sei mio.

Era ormai notte, ma il muretto su cui eravamo seduti era ancora caldo. Serbava e dispensava i raggi del sole di agosto, come uno scrigno appena dischiuso, che offre a ciascuno i suoi tesori, sfavillanti gioielli d’oro e pietre preziose, perché sa che se ne colmerà di nuovi, al mattino seguente.
Ricordo benissimo le sue scarpe, in tela rossa, con la parte interna, in gomma, consumata dall’attrito con il motore del “sì”. Anche le mie nike nere, con i profili lilla, erano logorate in quel punto preciso.

Il primo bacio.
Non importa se i visi si scontrano maldestramente. 
Non importa se devi levarti l’apparecchio per i denti in una frazione infinitesimale di secondo prima che tutto accada, benedicendo di non aver optato per quello fisso. 
Non importa se devi issarti verso la sua bocca innalzandoti sulle punte, con uno slancio che ti riporta alla memoria la ballerina di carta, protagonista della struggente fiaba di Andersen.
Quell’istante ti rimarrà impresso per sempre e ti farà increspare le labbra, le stesse che, rosse come ciliegie, tremarono, allora, d’imbarazzo, in un sorriso dolce, che saprà farsi spazio anche in un volto solcato da mille rughe e consunto da mille altri baci.

Io credo che la vita sia costellata di “primi baci”. 
Da quello della mamma, un petalo vellutato sulla propria fronte umida e rugosa di bimbo, che poco prima era cullato nelle viscere, a quello del papà, tenero nonostante le guance ruvide di barba, a quelli vibranti di passione, che sigillano, come timbri sulla cera lacca, l’inizio delle nostre storie d’amore, fino a quelli che, seguendo il ritmo ciclico dell’esistenza, restituiamo, nelle vesti di genitori, zii e nonni, a chi è appena venuto alla luce, innocente e già affamato di baci.

Emma Fenu


lunedì 8 settembre 2014

Il mio primo libro. Dalle “Fiabe della Buonanotte” a “Piccole Donne”.


Il mio primo libro.
Dalle “Fiabe della Buonanotte” a “Piccole Donne”.



Ho esitato, davanti al titolo che sovrasta l’articolo che vi accingete a leggere.
Molti sono i primi libri che hanno cosparso di parole i capitoli della nostra esistenza, come molti sono i primi baci che hanno accarezzato la nostra pelle.
Su quale libro urge, dunque, soffermarsi ora?
Vi è un primo che ci venne letto la sera, con la testa che affondava nel cuscino, quando ancora le lettere dell’alfabeto erano figure aliene, schierate, una dopo l’altra, come passeggeri stipati in piccoli vagoni separati da spazi bianchi, in un treno che giungeva a destinazione tramite la voce narrante del papà o della mamma.
Vi è un primo che ricevemmo in regalo, scartato con bramosia e suggellato da una dolce dedica.
Vi è un primo, infine, che leggemmo senza ausilio esterno, vittoriosi e felici, dopo aver avuto accesso al magico codice, i cui simboli, posti in avvicendamento sulla carta, lentamente si disvelavano… e la storia aveva inizio.

Le notti della mia infanzia, profumate di sapone di Marsiglia, sprigionato dalle lenzuola rosa, esordivano con le prime righe tratte da un tomo datato, riportante le Fiabe raccolte dai Fratelli Grimm.
Tuttavia, dopo una manciata di secondi, prendevano forma e colore altre storie, attinte dalla memoria, che mi proiettavano in distese infinite di piante di pomodori, dietro a corse con i piedi nudi, sulla terra fertile e umida, e fra sassaiole che coinvolgevano bande di ragazzini spettinati. Ogni sera mio padre componeva una parte della sua autobiografia, solo per me.


Fu mia madre, invece, a donarmi il mio primo libro, in occasione del mio terzo compleanno. Si trattava della versione cartacea di un cartone animato, all’epoca da me preferito, ossia “Heidi” di Johanna Spyri, che narra le vicissitudini della bimba dalle guance scarlatte, che si struggeva di nostalgia per i suoi monti della Svizzera, costretta dentro le mura di una lussuosa dimora di Francoforte. Alcuni giorni fa ne ho acquistato una versione edita nel 1953, in inglese. Il primo libro non si scorda mai.


Ma la svolta epocale della mia vita di essere contingente, avido di scoperta e di assoluto, fu il primo libro che lessi, agli esordi della scuola primaria, a sei anni appena compiuti: “Piccole Donne” di Louisa May Alcott, un classico intramontabile.
Ho amato le sorelle March, tutte, come sorelle con cui ricordare e confrontarsi, come esseri pensanti, liberi dai vincoli della carta, dotati di pregi e difetti, che osservano lo svolgersi delle medesime vicende tramite il filtro della propria peculiare prospettiva.
Tuttavia, per Jo avevo una predilezione. 
Adoravo quella ragazza dall’indole ribelle e passionale, capace di ideare storie per intrattenere la famiglia, anche quando l’eco della guerra diventa silenzio assordante, anche quando le tenebre gelide della morte calano, inesorabili, e di battersi per il suo sogno, con ostinazione e anticonformismo, fino a diventare una nota scrittrice.

Jo era molto occupata in soffitta, perché le giornate di ottobre cominciavano a farsi fresche e i pomeriggi erano corti. In quelle due o tre ore, durante le quali il sole si attardava con il suo calore sull’alta finestra, Jo, seduta sul vecchio divano, scriveva rapidamente, con le sue carte sparse sopra un baule”.

Desideravo essere Jo, da bambina. Non sono diventata Jo, ma me stessa, la quinta sorella March, come lo sono tutte coloro, Donne, anche se non più “piccole”, che hanno letto con trasporto il libro, apprendendo l’immenso fascino celato nell’intimo segreto delle piccole cose, quelle che vale la pena di assaporare e, tramite la scrittura, condividere.

Emma Fenu


edito in

martedì 26 agosto 2014

Quando si inizia a scrivere...

Quando inizierete a scrivere tutto cambierà, siatene consapevoli. 
Crederete, all'inizio, di avere la situazione in pugno. 
Sarete convinti di tenere ben saldi tutti fili, sia quelli della storia che vi proponete di narrare, sia quelli della vostra vita, che pensate non varierà, se non in pochi dettagli. 
Vi sbagliate. Sarete ostaggi d'amore
Vi sveglierete prima e cederete al sonno più tardi, perchè la Storia, non più di vostra proprietà, non più materia inerte, pretenderà la vostra dedizione
I personaggi di carta danzeranno, fluttuanti, scandendo le vostre giornate al ritmo dei loro passi. Sapranno aspettare, inermi, per i tempi destinati ai vostri cari e al lavoro, ma poi, ebbene sì, scalpiteranno. 
Potreste scordarvi di pranzare o di cospargere di formaggio gli spaghetti. 
Potreste camminare per strada, compiere con le membra i medesimi tragitti, ma, con la mente, essere altrove. 
Potreste annoiarvi terribilmente durante conversazioni banali, nelle quali avevate imparato a simulare un barlume di interesse. 
Potreste ritrovarvi a cogliere inaspettati gesti e a percepire la melodia muta emessa dalle vicissitudini, celate dietro la curva di un sorriso, in chi prima era solo il panettiere o il collega con cui dividete l'ufficio. 
I vostri sensi si affineranno, tutti. Vivrete in un mondo in cui colori, sapori, suoni aromi e consistenze tattili sono all'ennesima potenza. 
Leggerete libri, ma non solo, anche animi
Riterrete di essere cambiati, di non essere più voi stessi. Invece la vostra storia avrà scritto nero su bianco quanto, realmente, siete. 
Buona avventura. Sarà meraviglioso.

Emma Fenu


mercoledì 20 agosto 2014

Per un nuovo piccolo Amico.


Per un nuovo piccolo Amico.

Ogni genio è un gran fanciullo, già per il suo guardare al mondo come a un che di estraneo. Chi nella vita non resta per qualche verso un fanciullo e diventa invece un uomo serio, sobrio, posato e ragionevole, sarà certo un bravo e utile cittadino di questo mondo, ma un genio non sarà mai”.
Arthur Shopenhauer


Caro Bambino,
ti chiamerò così, in modo impersonale, ma già il nome, dopo il suono del quale sorriderai, si sussurra piano, come un pezzo di cioccolato al latte che si scioglie in bocca, lasciando nell’attesa di un altro quadrato, staccato dalla barretta semiaperta, nuda dalla carta argentea.
Mentre sferruzzavo, solerte, la copertina per te, immaginavo una favola che cullasse i tuoi sonni, un susseguirsi di allegri giochi ambientati in un bosco senza tempo e luogo, dove un capriolo, un fungo ed una farfalla sono compagni di fantastiche avventure. Il racconto non prevede un mio finale, spetterà a te sognarlo, ogni volta differente.
Siamo legati, Bambino, non da sigle di dna, da tipologie ematiche, da lineamenti che palesano, nel volto, un’appartenenza sancita dalla scienza. 
Ci uniscono, invece, ricordi, lassi di vita, 22 anni di una Storia che, ora, diventa anche la tua.
Fra pochi mesi arriverai, un fagottino profumato d’ignoto, e la tua voce di cucciolo si unirà, come in una melodia, alle lentiggini e alla bocca da baci di tua madre, alle lacrime che sgorgano dagli occhi di tuo padre, quando non si contiene nell’impeto della risata, ai fuochi d'artificio che salutano il capodanno, guardati, un po' brilli, su un terrazzo, alla mia sedia sempre troppo vicina al fuoco del camino, alla sabbia bianca sulle membra abbronzate, alle tavolate imbandite di cibo e condite di complicità.

Che cosa fanno i bambini tutto il giorno? Fabbricano ricordi”.
Dino Risi

Quando farò ritorno nella mia città natale, “casa” della memoria; quando mi siederò sul divano dei tuoi genitori, in pieno inverno, allungando le gambe in avanti e cercando una coperta con cui scaldarmi, mentre gli altri si muoveranno, accaldati, indossando tenute semiestive; quando rideremo chiassosamente per barzellette, tutte frammentate da espressioni dialettali; quando ricorderemo gli anni della scuola, guardando con un misto di nostalgia ed estraneità vecchie foto; quando per non piangere rideremo ancora e lo stesso, come abbiamo imparato a fare, impavidi; quando penseremo che sarebbe bello se il tempo potesse fermarsi in quell’istante perfetto, in cui noi, se pur sparsi per il mondo, così diversi da ciò che eravamo, ci riconosciamo sempre in un abbraccio…quando tutto questo avverrà di nuovo, stavolta ci sarai anche Tu.
E tutto sarà uguale e nuovo al contempo: ti doneremo amore, ti cingeremo nelle nostre braccia, cercando nei tuoi occhi i fanciulli che siamo stati e che, in fondo, siamo oggi e per sempre, e attenderemo che tu ci insegni a riscoprire il mondo con incantato stupore e magica meraviglia.

I bambini sanno qualcosa che la maggior parte della gente ha dimenticato”.
Keith Haring

Ti aspettiamo, Bambino. Ti immaginiamo, ma sono certa che saprai sorprenderci. Non vediamo l’ora di aggiungere un posto speciale nella casa in cui abita il nostro cuore, in un crocevia attraversato da mille vite, solo per te.

Con amore,
zia Emma













venerdì 15 agosto 2014

"Non dirle solo che è bella, è anche intelligente". Quando il sessismo si traveste.


E’ da tempo che mi imbatto in uno spot contro le discriminazioni di genere, argomento di indubbio interesse e di grande impatto, che, tramite gli schermi, infiamma gli animi anche di noi, fervidi amanti della comunicazione virtuale e mediatica.
Osservate il video con attenzione e spirito critico.


Il fulcro del messaggio veicolato, in questo caso specifico, è quello di crescere le Bambine secondo le proprie potenzialità, non costrette in stereotipi penalizzanti, che sono il frutto marcio di convenzioni sociali, non la gemma profumata di predisposizioni naturali.

Lo scriveva Simone de Beauvoir, già nel 1949, ma, evidentemente, è il caso di ribadirlo ancora.

Eppure fra le immagini del video, così ben orchestrate, io respiro un’aria sessista.

Mi spiego. Concordo con l’invito, rivolto ai genitori, di stimolare le passioni che animano i propri figli, siano essi femmine o maschi, e di non inculcare il culto della bellezza come arma vincente per il conseguimento del successo di una Donna. 
Quindi, non si sottragga il trapano dalle mani di una ragazzina, ma, a rigor di logica, neppure le scarpette da balletto classico dai piedi dell’orgoglio di papà, il quale sognava di assistere alle partite di calcio del suo pargolo.

Ma, attenzione, promuovendo la scienza come somma realizzazione di sè, non si corra il rischio di essere discriminatori nel senso opposto, considerando le bambine che giocano con le bambole, amano i vestitini rosa e, una volta adulte, si iscrivono in facoltà umanistiche, come esseri di serie B, donne obsolete, non al passo con i tempi… troppo “femminili”.

In particolare non condivido quanto, e come, viene enunciato nella fase finale dello spot, dove un’adolescente osserva la locandina di un corso di studi di carattere scientifico, ma, memore dell’educazione ricevuta, abbandona il proposito, stendendosi il rossetto sulle labbra.

Comincio con il sottolineare che l’uso del make up ha ben poca attinenza con i propri interessi culturali e la propria professionalità. Con o senza di esso, si resta Donne, esseri umani, e non sono dimostrate interazioni fra rimmel e capacità di analisi logico scientifica. 

E, infine, vi invito a riflettere sul "motto" con cui si conclude lo spot: “Le nostre parole possono avere un impatto enorme […] incoraggia il suo amore per la scienza e la tecnologia e ispirala a cambiare il mondo”.

Ebbene sì, le parole hanno un impatto enorme, anche quelle degli scrittori, dei poeti, degli sceneggiatori, degli insegnanti di Letteratura, di Storia, di Filosofia, di Storia dell’Arte. Siano essi femmine o maschi, scelgano la scienza o l’approccio umanistico, i nostri figli cambieranno il mondo. Non ostacoliamoli aggiungendo preconcetti nuovi, che sono amari quanto i precedenti.

Desidero che ogni vita umana sia pura e trasparente libertà”.
Simone de Beauvoir

Emma Fenu



giovedì 7 agosto 2014

Il Mare è Vita. Un percorso fra mito e simbologia.

Il Mare è Vita. Un percorso fra mito e simbologia.

In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque”.

Genesi, 1, 1-2


Fin dalle prime pagine dei manuali di Storia della Filosofia, ci troviamo alle prese con l’acqua
La stessa acqua del liquido amniotico, che ci ha nutrito; dei riti di iniziazione (sacramento del Battesimo incluso), che ci ha fatto rinascere nello spirito, purificati; del mare sconfinato, in cui ci siamo sentiti liberi; della celebre teoria di Darwin sull’origine della vita, apprese fin dall’adolescenza; delle cascate maestose, davanti alle quali abbiamo avvertito il sublime della natura e la piccolezza della nostra contingenza.
I filosofi greci individuarono, infatti, proprio nell'acqua, uno degli arché o radici del cosmo, ossia un principio primordiale da cui tutto trae vita e a cui tutto ritorna. Aristotele la pose fra la terra e l’aria, agli antipodi del fuoco.

E quando sei su certe onde, montagne di acqua, vere montagne, non ti importa di nulla. […] E c'è un'armonia perfetta, in quei secondi che sei lì in equilibrio fra il mare e il cielo, quasi fermo mentre scivoli velocissimo tra l'acqua e l'aria, e il fragore”.
Gianrico Carofiglio, Il silenzio dell’onda.

Di circa il 70% di acqua siamo composti anche noi, esseri umani. 
L’acqua, dunque, è vita.
Ma non è solo una deduzione che si deve alla scienza, è un sapere ancestrale, che affonda le sue radici nel mito, quando la speculazione filosofica e fisico-matematica cede il posto al mistero irrisolvibile, a tutto ciò che accadde in un “prima” pangeico di cui non si ha memoria certa, ma intima percezione.
Fra i molteplici miti cosmogonici, uno dei più rinomati è quello, di matrice omerica, che collega l'Oceano, inteso come divinità, alla nascita dell'universo:

Vado a vedere i confini delle terra feconda,
l'Oceano, principio degli Dei, e la madre Teti".
Omero, Iliade, XIV

Aggiungiamo sale, moti ondosi, creature quasi immobili, guizzanti o volteggianti, vegetazione incantevole…e l’acqua diventa mare
Negli abissi della mia fantasia, ad onor del vero, c’è anche uno scrigno segreto, che racchiude un’antica pergamena, una mappa nella quale si indica la posizione di Atlantide. Bisogna trovare la chiave per dischiuderlo.

Il mare si racconta, ma soprattutto, narra di noi, dei nostri segreti, di quanto non sveliamo neppure a noi stessi.
E’ ricco di insidie: le Sirene, appostate fra Scilla e Cariddi, seducono con un canto melodioso, ma per condurre al temuto luogo del non ritorno. In questi frangenti, il mare è emblema dell’inconscio, di ascendenza freudiana, ossia simbolo di morte, in quanto rappresenta la voragine primordiale, insidiata da mostri, che inghiotte, impietosa, il sole al tramonto. Una morte che prelude, però ad una rinascita.

Appressati, Puck. Tu certo ben ricordi quando dalla cima d'un alto scoglio udii una sirena assisa sul dorso di un delfino la quale effondeva nell'aria tanto soavi ed armoniosi accenti che il rude mare s'ingentilì al suo canto, e alcune stelle, impazzite fuori balzaron dalle sfere per ascoltare la melodia dell'equorea fanciulla marina”.
Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate.

Perché, in verità, il mare è ventre materno, che ci protegge e ci tiene lontani da terre sconosciute, ma che ci partorisce una seconda volta, recidendo atavici cordoni ombelicali, per immetterci, oltre il mito dell’infanzia, nella Vita, ossia in un oceano incognito e burrascoso che va solcato, in un viaggio, tutto personale, fra acque e continenti. A volte si precipita negli abissi, ma poi si riemerge, vittoriosi, alla superficie, con i polmoni affamati d’aria e l’anima sazia di avventura.

Il mare non ha paese nemmeno lui, ed è di tutti quelli che lo sanno ascoltare”.
Giovanni Verga, I Malavoglia.

Emma Fenu
edito in Nordic Lifestyle Magazine

Foto by Carme Mura